Il mio viaggio,  Vivere con PMDD

La mia storia con il PMDD (disforia premestruale)

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Se sei una fedele lettrice/lettore del mio blog, probabilmente saprai già chi sono, da dove vengo, quello che amo e non… ma mi presento nuovamente, qualora fosse la prima volta che navighi da queste parti.

Mi chiamo Francesca e, a 37 anni, ho scoperto di essere affetta da PMDD (in inglese, Premenstrual Dysphoric Disorder) o, se preferite, DDPM (Disturbo Disforico Premestruale). Qualsiasi nome preferiate usare, è lo stesso mostro che attacca 1 donna su 20 distruggendole la vita e quella di coloro che le vivono attorno.

Se vuoi sapere di più su questo disturbo, leggi anche La Guida Essenziale al PMDD (Disturbo Disforico Premestruale).

Sette anni fa, decisi di trasferirmi nel Regno Unito con colui che poi è diventato mio marito. Eravamo entrambi guidati dalla nostra naturale curiosità di esplorare il mondo ed eravamo in cerca di nuove esperienze e opportunità interessanti. Da sempre affascinati dalla cultura e dallo stile di vita inglese, il Regno Unito ci sembrò la scelta giusta.

Nel 2017 sono diventata mamma e da allora la mia vita è completamente cambiata. Dalle cose pratiche di ogni giorno (come la mancanza di sonno, di tempo e di silenzio, solo per citarne alcuni!), a qualcosa di più spirituale: ho proprio sentito una profonda trasformazione dentro di me come donna. La maternità è stata finora l’esperienza più unica e complicata di tutta la mia vita, ha cambiato ogni singola cellula del mio corpo e della mia mente. Non sono del tutto sicura quanto della vecchia me sia rimasta (o si sia soltanto evoluta), ma sono grata per questo viaggio, che vorrei aver fatto prima.

Dopo aver avuto mia figlia, ho vissuto in un tunnel buio per circa due anni. Sentivo che qualcosa in me non andava ma non riuscivo a capire cosa, né tantomeno a spiegarlo. Quelle rare volte che ci ho provato, la frustrazione di non essere compresa ha preso il sopravvento, così mi sono chiusa nel silenzio (come sono solita fare quando mi sento fortemente a disagio o non capita). Mi ero convinta che tutti i miei sintomi (stanchezza cronica, emicranie, insonnia, dolori muscolari, perdita di memoria, irritabilità, depressione e ansia) fossero da addebitare al fatto di essere una nuova mamma che naviga i mari sconosciuti della maternità senza il supporto di una famiglia accanto.

Passarono i mesi e poi il primo anno, la nostra vita familiare sarebbe dovuta diventare più facile (almeno questo era quello che credevo): io ero appena rientrata a lavoro dopo un anno di maternità, Maya aveva cominciato il nido e avevamo iniziato una nuova routine. Ero speranzosa che di lì a poco mi sarei sentita più energica e avrei ritrovato il mio spirito. Ma così non fu.

Perché vi sto raccontando la mia esperienza della maternità? Perché questo è stato l’inizio del mio PMDD e, con esso, del mio viaggio di crescita personale.


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La maternità e l’inizio del mio PMDD

Dopo la nascita della mia bellissima bambina, ero così confusa e sopraffatta dalle emozioni che non capivo bene cosa stesse succedendo intorno a me. Non sono sicura se fu per il parto traumatico che avevo vissuto e il conseguente disturbo da stress posttraumatico (PTSD – Post Traumatic Stress Disorder), o piuttosto la mancanza di sonno e di tempo per me stessa, ma trascorsi il primo anno in una sorta di limbo, uno stato mentale totalmente assente e disconnesso dalla realtà. All’inizio pensavo fosse anche normale: dopo tutto, ero una nuova mamma, non avevo alcun sostegno perché tutta la mia famiglia (e quella di mio marito) vive in Italia, e la mia vita era stata completamente stravolta.

Si dice spesso: “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, e adesso ne capisco il motivo!

family support
Photo by Tyler Nix on Unsplash

A distanza di un anno dal parto, ricominciai ad avere il ciclo. Da allora, le cose andarono solo a peggiorare. Non riuscivo a recuperare la mia energia, né la mia vitalità. Ero sempre stanca, oltre ogni limite immaginabile. Pativo enormi livelli di stanchezza, perdita di memoria, emicranie abominevoli: il mio cervello era costantemente annebbiato. Stavo perdendo interesse per qualsiasi attività quotidiana, anche quelle cose che ero solita amare. Alcuni giorni sentivo il bisogno di dormire come mai prima in vita mia: potevo letteralmente addormentarmi sul divano mentre giocavo con mia figlia o mentre camminavo tra i corridoi del supermercato.

Ondate di depressione e di ansia mi svuotavano dall’interno, portando con sé una incolmabile sensazione di disperazione.

Sentivo che qualcosa in me non andava, ma non collegavo il mio malessere al ciclo. Per ciascun sintomo, avevo trovato un responsabile plausibile: addebitavo la stanchezza alla maternità; le perdite di memoria e l’annebbiamento cerebrale al cosiddetto ‘baby brain‘ (amnesia di mamma); l’ansia e la depressione al parto traumatico. Tuttavia, c’era una cosa che non riuscivo a spiegarmi… Una sensazione nuova ed improvvisa, mai provata prima, una sensazione che non sapevo come gestire o come sbarazzarmene. Una sconosciuta a cui non sapevo dare un nome. Poi ho capito: era RABBIA!

Sono sempre stata una persona tranquilla e paziente, con rari attacchi irrazionali di rabbia. Non che non mi fossi mai arrabbiata o sentita irritabile in vita mia (sono umana anche io, dopo tutto😅), ma ho sempre mantenuto il controllo delle mie emozioni e trovato un modo per calmarmi.

Beh, non era più questo il caso. E non avevo idea di cosa diavolo mi stesse succedendo! Un giorno mi sentivo tranquilla come un angelo; il giorno dopo, mi trasformavo improvvisamente in una furia impazzita per ragioni insignificanti, e non riuscivo a spiegarne il motivo. Sentivo un fuoco bruciare nel mio petto e poi il bisogno di esplodere ed urlare.

Mio marito stentava a riconoscermi e a capire. Era nuovo anche per lui. La comunicazione era sempre stata il punto forte della nostra relazione. Avevamo sempre parlato di tutto: delle cose belle e di quelle brutte. Eravamo sempre stati aperti riguardo i nostri sentimenti e le nostre emozioni, ed eravamo sempre stati in grado di trovare un compromesso anche quando non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda.

Ma adesso era diverso! Alcuni giorni (o settimane) stavo bene, e quando le cose sembravano andare nella giusta direzione… boom! Esplodevo in uno scatto di rabbia del tutto irrazionale.

La rabbia è stato sicuramente l’elemento che mi ha convinto che qualcosa in me non andava. Non era parte di me, e mi sentivo come se qualcun altro si fosse impossessato del mio corpo e della mia mente, e io ne avevo totalmente perso il controllo.

Il mostro ingombrante che arriva senza invito

PMDD lightbulb moment
Photo by Carlos on Unsplash

Poi, una notte per caso, ebbi il mio momento Eureka! Ero a letto e scorrevo Facebook, quando la mia attenzione fu catturata da una discussione tra mamme. Si parlava di stanchezza, depressione e rabbia. Wow! Sembrava stessero parlando di me! Continuai a seguire il filo e, ad un certo punto, una di loro menzionò PMS e PMDD. Tutti sembravano conoscere il significato di quegli acronimi a me sconosciuti, così li cercai su Google. (Rimasi un po’ scioccata, a dire la verità. Forse piu’ dal fatto che io, di quel mondo, non sapevo proprio nulla e come donna mi sentii molto frustrata.)

PMS = Premenstrual Syndrome (Sindrome Premestruale). Sapevo che molte donne sperimentano forme di malessere/disagio (dolore al seno e vaginale, irritabilità e sbalzi d’umore) nei giorni poco prima del ciclo. Eppure non avevo idea che questa fosse una vera e propria sindrome con tanto di nome riconosciuto… lo so, molto naive! Sono sempre cresciuta con la credenza che il ciclo fosse soltanto un fastidio, una cosa di cui non è necessario parlare e che tutti i disturbi ad esso legato fossero del tutto normali.

PMDD = Premenstrual Dysphoric Disorder (Disturbo Disforico Premestruale). Non avevo proprio idea di cosa potesse essere. Wikipedia mi diede la risposta. Ricordo che, mentre leggevo la definizione e la lista dei sintomi, rimasi senza parole. Avevo ogni singolo sintomo su quella lista: non alcuni, proprio TUTTI!

Era forse questo PMDD la risposta che avevo ardentemente cercato durante i mesi precedenti? Io credevo proprio di sì!

Sinceramente, non ero sicura di come sentirmi: se confusa, sollevata o preoccupata. Ricordo vividamente di aver provato un grande senso di sollievo: tutte le mie domande, i dubbi, i miei disagi, avevano un nome adesso. Dopo mesi e mesi di tentativi e ricerche, dopo aver dubitato di me stessa ed aver pensato di essere pazza, dopo tutto quel tempo, ero finalmente arrivata ad una conclusione. Sapevo dentro di me che il PMDD era la risposta. Il mio istinto aveva parlato forte e chiaro per la prima volta dopo tanti anni.

Alla ricerca della soluzione: pilota automatico inserito

Come sono solita fare quando ho un problema, iniziai immediatamente a cercare una soluzione. Mi buttai anima e corpo nella risoluzione tanto che trascurai completamente i miei sentimenti e le mie emozioni. Entrai in quella che Mark Williams e Danny Penman, nel loro libro Metodo mindfulness. 56 giorni alla felicità, definiscono modalità “Fare” (“Doing” mode).

[…] Le caratteristiche della modalità fare includono giudicare tutto, confrontare il modo in cui le cose sono con il modo in cui vuoi che siano e sforzarsi di renderle diverse da come sono realmente. Esse includono essere sul pilota automatico gran parte del tempo, perdersi in pensieri che si prendono troppo letteralmente e personalmente. La modalità Fare include vivere nel passato o nel futuro ed evitare le cose non gradite. Infine, la modalità Fare vede il mondo indirettamente, attraverso un velo di concetti che cortocircuitano i tuoi sensi in modo che tu non sperimenti più direttamente te stesso e il mondo.

Williams M. e Penman D. Metodo mindfulness. 56 giorni alla felicità.

Non ascoltai la mia voce interiore. Non mi fermai neanche un minuto a pensare a me stessa e alla mia vita, e a capire come gestire la mia scoperta. Pensai che avrei semplicemente potuto aggiungere un altro bicchiere d’acqua al mio secchiello già pieno, senza che questo traboccasse. Di nuovo molto naive… o testarda!

Ma di lì a poco avrei pagato caramente le conseguenze della mia noncuranza… e, più avanti, vi racconterò cosa questo significò esattamente.

Essere in modalità “Fare” si tradusse ben presto nel leggere tutto quello che potevo sul PMDD e trovare una soluzione. Sopraffatta dalla quantità di informazioni che trovai in rete, decisi di iniziare dalle basi e fermarmi lì per il momento. Decisi di affidarmi a poche fonti attendibili: NAPS Regno Unito e IAPMD (allora non conoscevo l’associazione italiana ITA-PMS). Lessi le Linee Guida Nazionali del Regno Unito e usai il sito web IAPMD per scaricare risorse e strumenti utili come il diario giornaliero dei sintomi, il piano di cura e il piano d’azione.

A quel punto, avevo dato un nome alla mia moltitudine di sintomi sgradevoli; avevo trovato un percorso da seguire. Mi serviva solo una diagnosi formale da parte di un medico per iniziare un trattamento. Quindi, annotai dettagliatamente tutti i miei sintomi per i due cicli seguenti e, armata di diario personale, mi recai dal medico generico.

La mia prima (brutta) esperienza con un medico

Andare dal medico di base fu la mia prima (e non ultima) brutta esperienza con un medico professionista, durante la mia carriera di guerriera PMDD. Mi licenziò molto rapidamente (dopo aver cercato PMDD su Google mentre ero lì con lui!) dicendo che avevo solo tre opzioni disponibili:

  • la pillola combinata – che non poteva prescrivermi a causa delle mie forti emicranie
  • la terapia cognitivo comportamentale (in inglese CBT – Cognitive Behavioural Therapy) – che però avrebbe richiesto alcuni mesi per ottenere un appuntamento tramite il sistema sanitario nazionale
  • SSRI (inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina) – antidepressivi per capirci – che era l’opzione più facile e veloce e immediatamente disponibile.

Lasciai l’ambulatorio con il mio nuovo pezzo di carta, che glorificava gli SSRI come la mia ancora di salvezza. Ero perplessa e confusa. Non sapevo se essere felice per avere finalmente un trattamento da provare, o piuttosto sentirmi sconfitta. Mi sentivo ferita perché i miei sentimenti e le emozioni non erano stati presi sul serio. Mi sentivo stupida, terribilmente stupida. Il mio diario giornaliero dei sintomi era stato totalmente inutile; il medico non l’aveva nemmeno guardato! Adesso, a distanza di due anni, ho scoperto che esiste un vero e proprio nome per questo: GASLIGHTING! (manipolazione psicologica maligna)

I primi mesi

sunshine mood booster
Photo by Anders Jildén on Unsplash

Quel giorno non andai in farmacia. Decisi che gli antidepressivi non potevano essere la mia prima linea di trattamento. Volevo provare altro prima di passare agli SSRIs. Così, seguendo le linee guida nazionali del Regno Unito, annotai la seguente lista:

  • stile di vita più sano: dieta, esercizio fisico
  • gestione dello stress attraverso yoga, rilassamento e meditazione
  • psicoterapia
  • terapie CAM – Complementary and Alternative Medicine (medicina complementare e alternativa)
  • integratori

Il mese precedente, avevo già iniziato a praticare yoga, ed ero decisa a sperimentare tutti gli altri suggerimenti della lista. (Conservai comunque quella gloriosa prescrizione per qualche giorno… giusto in caso mi fossi trovata senza speranza nel bel mezzo di una crisi!)

I mesi successivi andarono meglio perché almeno sapevo con cosa avevo a che fare, e il monitoraggio dei miei sintomi si rivelò fondamentale per prevedere le settimane infernali. Inoltre, l’arrivo dell’estate aiutò parecchio: sole, giornate più lunghe, poter stare all’aperto, passeggiare di prima mattina, incontrarsi con gli amici e giocare al parco con la mia bambina. Una grossa spinta per il mio umore e la mia energia vacillanti.

Una vacanza in Sicilia (il mio luogo di nascita) fu poi la ciliegina sulla torta per il mio umore. Una vita più lenta, le passeggiate mattutine in riva al mare, il buon cibo, il sole e il sostegno della mia famiglia, aiutarono parecchio il corpo e la mente a riconnettersi e ad andare al ritmo di cui avevano bisogno.

Una volta ritornati a casa, tuttavia, non passò molto tempo prima che lo stress riapparisse; la mia vita ritornò alla routine frenetica che avevo lasciato due settimane prima e, altrettanto, fecero il mio fragile corpo e la mia mente. Ma questa volta fu anche peggio.

La ricaduta

broken woman
Photo by Isi Parente on Unsplash

Ottobre 2019 fu, in assoluto, uno dei mesi più difficili della mia vita: una crisi insopportabile e incontrollabile mi portò a prendermi una pausa dal lavoro. Era capitato nei mesi precedenti che prendessi qualche giorno qua e là, quando non riuscivo ad affrontare l’idea di fissare uno schermo, rispondere a email e chiamate, incontrare clienti e parlare con la gente.

Ma questa volta non era una crisi come le altre. Fu una delle peggiori di sempre. Andai dal mio medico per chiedere un certificato di malattia per un paio di settimane. Ricordo il senso di colpa, come se stessi commettendo una frode. Infatti, non avevo mai richiesto più di due giorni di malattia in vita mia. Sapevo di non stare bene e che non sarei potuta andare oltre, ma stranamente, avevo questa convinzione che il mio dolore non visibile lo rendesse meno valido e riconoscibile dagli altri.

Pensai che in due settimane avrei potuto rimettermi in sesto o, quantomeno, avrei avuto un po’ di tempo per respirare e rilassarmi.
Illusa!
Tornai a lavoro e, dopo qualche giorno, mi ritrovai nello stesso posto buio in cui ero tre settimane prima. Dopo avermi mandato continui segnali di aiuto, il mio corpo cedette. Avevo ignorato quei segnali per mesi (e forse anni) e adesso era troppo tardi. La mia mente era così testarda e cieca che non vide il limite e lo superò. Poi si arrese anche lei. Avevo sopportato livelli insostenibili di stress per troppo tempo, ed era arrivato il momento in cui sia il mio corpo che la mia mente si ribellarono.

Domenica 10 novembre 2019.
Dissi a mio marito che la settimana successiva non sarei andata al lavoro. Mi chiese se non mi sentissi bene e se avessi bisogno di qualche altro giorno di riposo. Risposi “NO. Non mi serve un giorno libero. Mi servirà un mese, o due, o tre, o forse anche più… non so quanto tempo ci vorrà, ma sono a pezzi. Completamente rotta”.

Quella domenica sera, per la prima volta in assoluto, ammisi a me stessa che ero a pezzi e che avevo bisogno di aiuto. Non sono mai stata brava a chiedere aiuto e onestamente non sapevo neanche come farlo. Ma sapevo che non potevo più andare avanti così, e dovevo cambiare qualcosa. Sapevo che sarebbe stato un enorme tumulto, un viaggio ripido, una lotta sanguinosa con (e contro) me stessa. Ma era arrivato il tempo di farlo: non potevo più aspettare.

L’inizio del mio viaggio di crescita personale

L’ accettazione

Quando inizialmente scoprii di avere il PMDD, mi buttai a capofitto in modalità “Fare” senza pensarci due volte, senza pensare a quello che stavo provando.

Avevo completamente sottovalutato la potenza del mostro, credendo che potessi domarlo e dargli testa con le mie sole forze, senza chiedere aiuto. Credevo di poter tenere i miei sintomi sotto controllo: tutto quello che dovevo fare, in fondo, era seguire le linee guida, provare i diversi trattamenti suggeriti e, alla fine, ne avrei trovato uno che mi avrebbe fatto stare meglio. Potevo farlo da sola, non avevo bisogno di coinvolgere familiari e amici. Dopo tutto, non era la prima volta che mi trovavo in una situazione difficile, l’avevo fatto altre volte prima.

Ma mi sbagliavo, mi sbagliavo di grosso!
Nessuno può affrontare tutto questo da sola, e nessuno dovrebbe mai. Mi ci sono voluti sei mesi per capirlo e ammetterlo a me stessa, per capire fino in fondo con cosa avevo a che fare. Ed è stato allora che la consapevolezza di questa malattia mi ha colpito come un uragano, mi ha devastata emozionalmente e ho fatto molta fatica ad accettarla.

Avevo completamente sottovalutato il PMDD, e il mostro fece sentire la sua voce ancora più forte.

A quel punto, mi resi conto che avevo saltato un gradino essenziale nel mio percorso di recupero, e il suo nome era accettazione. A distanza di sei mesi dalla diagnosi, non mi ero ancora presa del tempo per controllare come mi sentissi, e non avevo ancora accettato la mia condizione. Non sopportavo, infatti, che tutto questo stava accadendo a me (“Perché proprio io?”). Non potevo sopportare l’idea di vivere la mia vita a metà, di perdere il mio lavoro, il mio matrimonio, le mie relazioni. Tutte le mie certezze stavano crollando. Io stavo cadendo a pezzi. Non riuscivo a sopportare che tutte le altre persone andassero avanti con le loro vite mentre io stavo andando sempre più giù. Ero invidiosa. La mia già bassa autostima cadde definitivamente sottoterra.

Non riuscivo ad accettare di essere più debole, di non poter dare il meglio di me.

Mi ci volle un po’ per accettare il mio PMDD, e questo fu il primo passo essenziale del mio viaggio di guarigione. Non sono sicura del momento preciso in cui questo accadde, ma credo che tutto iniziò quando introdussi due nuove parole magiche nella mia vita quotidiana: autocoscienza (self-awareness) e autocompassione (self-compassion). Ho imparato a riconoscere i miei sentimenti ed emozioni, bisogni e desideri, e dedicare tempo a me stessa quando ne avevo più bisogno, senza provare vergogna o senso di colpa. Ho imparato a voler bene a me stessa, a dire di ‘NO’, a convivere col fatto che la mia memoria non era più la mia alleata di fiducia, a chiedere aiuto, a mostrare il mio lato debole, ad essere vulnerabile, a condividere la mia storia, a lasciare andare.

Navigare la tempesta

L’inizio del viaggio fu più ripido di quanto potessi immaginare: iniziò con i peggiori due mesi della mia vita post-PMDD.

Il primo trattamento farmacologico che provai fu la minipillola (POP Progestogen-Only Pill). A causa delle mie emicranie strazianti, infatti, il medico (un altro, non quello degli antidepressivi!) non poteva prescrivermi la pillola combinata, così mi consigliò di iniziare con la minipillola, come trattamento di prima linea per il PMDD. La minipillola avrebbe bloccato l’ovulazione e, con essa, anche i sintomi del PMDD. Non faceva una piega… ma chi poteva immaginare che fossi altamente sensibile al progesterone? Be’, lo scoprii due mesi dopo!

Trascorsi due orribili mesi di depressione e ansia, il mio umore era sprofondato sottoterra. Non provavo nulla, nessuna emozione di malessere o benessere (non che mi mancasse il mio solito PMDD ma almeno quello mi dava alti e bassi!). Avevo perso interesse per tutto ciò che mi circondava. E per tutti. Non avevo alcun desiderio di giocare con mia figlia, trascorrere del tempo con mio marito, uscire, andare a fare shopping, nulla! Le mie emozioni si erano appiattite, ero completamente insensibile. La situazione era insostenibile. Mio marito non aveva idea di cosa fare o come aiutarmi e io non mostravo alcun segno di essere presente.

Alla fine, grazie al mio diario dei sintomi, feci due più due e collegai il mio stato emotivo alla pillola, realizzando che il mio intorpidimento emotivo era iniziato pochi giorni dopo l’assunzione. Smisi immediatamente di prenderla senza nemmeno consultare il medico. Dopo poche settimane, il ciclo arrivò, e finalmente mi sentii di nuovo me stessa. Fu come una rinascita: ricordo le lacrime di gioia e la gratitudine mentre mi rendevo conto che Francesca era ancora viva. Era soltanto stata sepolta sotto chili di ormoni sintetici.


Dopo il fallimento della minipillola, l’anno successivo fu tutto un provare/sbagliare/riprovare. Terapia cognitivo comportamentale (CBT), nutrizionista, integratori, antidepressivi, infiniti esami del sangue e delle urine (e tanti di soldi pure!). Il tutto ovviamente supportato da yoga, meditazione, oli essenziali, miglioramento della qualità (e quantità) del sonno, ecc.

Alla fine, dovetti prendere un intero anno di malattia, durante il quale arrivò anche una inaspettata pandemia globale! Sarò per sempre grata al mio datore di lavoro per come mi ha supportato durante quei mesi, per essere stato talmente aperto e comprensivo da stentare a crederci. (Probabilmente avrò fatto un lavoro meraviglioso durante gli anni precedenti senza neanche rendermene conto!)

Quando, quella domenica sera, decisi di prendermi una pausa dal lavoro e cura di me stessa, credetti profondamente di essere debole. Mi consideravo un fallimento per non essere stata in grado di gestire tutto e aver dovuto chiedere aiuto. Un chiaro segno di debolezza… almeno, questo è ciò che mi è stato trasmesso sin da piccola. Ma quanta pressione ci mettiamo noi donne?!

Poi, una mia carissima amica mi disse che ero stata coraggiosa per aver riconosciuto i miei limiti ed essermi presa del tempo per curarmi di me stessa. Disse che non era una cosa facile da fare, e il semplice fatto di averlo riconosciuto richiedeva tanto coraggio. Ricordo di essere rimasta senza parole. Non avevo mai considerato la situazione da quel punto di vista. Sono sempre stata dura con me stessa, ho sempre fissato alti obiettivi e considerato un fallimento il non raggiungerli (classica sindrome da perfezionista!). Quella conversazione fu per me un punto di svolta perché cambiai il mio modo di vedere le cose e iniziai a praticare quello che, più tardi, scoprii essere un ingrediente necessario per il mio viaggio di crescita… l’autocompassione, ovvero gentilezza verso sé stessi.

Grazie, poi, alla straordinaria comunità PMDD, ho potuto riacquistare fiducia in me stessa e vedere la luce alla fine del tunnel. Una comunità fatta di donne fantastiche che percorrono lo stesso cammino impervio, che condividono le loro storie senza vergogna, gli alti e i bassi, e si sostengono incondizionatamente.

E nonostante abbia trascorso un intero anno vivendo nel buio, sento di essere stata fortunata ad aver scoperto il mio PMDD relativamente presto. Sono consapevole che molte donne navigano nel buio per anni, non avendo un nome per quello che vivono o, addirittura, ricevendo diagnosi sbagliate (molte volte viene confuso con la depressione o il disturbo bipolare perché non se ne riconosce la natura ciclica).

Il mio viaggio non è ancora finito.

Mentre cammino lungo il mio percorso accidentato, continuo a sperimentare cose diverse, vivo alti e bassi, e scopro cose nuove su di me. Sono consapevole che è un viaggio molto lungo e ripido, ma sono anche consapevole di quanto il mio corpo, la mia mente e il mio spirito fossero inizialmente disconnessi, e di quanta strada ho fatto da allora.

Fonti

[1] Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Premenstrual_dysphoric_disorder#DSM-5.

[2] Free Meditations from Mindfulness: Finding Peace in a Frantic World, website of the book – http://franticworld.com/free-meditations-from-mindfulness/.

[3] National Association for Premenstrual Syndrome (2018) Guidelines on Premenstrual Syndrome.

[4] IAPMD (International Association for Premenstrual Disorders) – https://iapmd.org/about-pmdd/.


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